R E Ë N B O O G

Il Sudafrica oltre lo stereotipo

DAVID GOLDBLATT

di Antonio Drago & Adrian Clarkes

Trovare in Italia materiale su David Goldblatt è praticamente impossibile e di questo ci si può rendere conto non soltanto cercandolo tra gli scaffali delle librerie senza alcun risultato ma chiedendo aiuto al personale che viene preso spesso alla sprovvista, perfino nei bookstores più forniti del centro di Milano, dove la reazione è ogni volta unanime e deludente. Solo guide turistiche illustrate! come se l’aver sostituito alla ben più nota savana africana, storia e fotografia d’autore fosse stata un’aberrazione. Possibile che la “grande mela d’Italia”, esterofila ed amante delle tendenze globali sia ancora cosi scarsamente preparata su uno dei più importanti fotografi Sudafricani del nostro tempo, conosciuto ed apprezzato a livello internazionale? Si, perché David Goldblatt vanta collezioni museali non solo nelle gallerie di Johannesburg e Cape Town, ma anche al Museum of Modern Art di New York, al Victoria & Albert Museum di Londra, a Parigi e Barcellona, incantando fotografi ed appassionati con i suoi lavori frutto dell’indagine sulla difficile condizione del Sudafrica durante il regime dell’Apartheid.

David Goldblatt.

“Structures of Dominion and Democracy”. Marian Goodman Gallery, Paris, 2014.

“The Transported of KwaNdebele: a South African Odyssey” (1983–1984). Pace MacGill Gallery, NYC, USA, 2016.

Nato nella cittadina mineraria di Randfontein (JHB) nel 1930, Goldblatt maturò l’interesse per la fotografia già da bambino, quando i genitori gli comprarono la prima macchina fotografica e la madre, vedendolo appassionato, lo incoraggiò a perseguire negli anni quella che sarebbe diventata poi la sua brillante carriera. Nonostante la laurea in commercio all’Università dello Witwatersrand di Johannesburg, nel 1948 cominciò ad essere attratto dal fotogiornalismo, influenzato dai lavori di fotografi Americani ed Europei che collaboravano con famose testate come LIFE e Picture Post. Negli anni ’50 iniziò la sua attività di fotografo documentando l’Apartheid in Sudafrica, utilizzando la fotografia come unico mezzo per esprimere il suo disappunto verso il regime segregazionista voluto dal Partito Nazionale dei Ministri Afrikaner D.F Malan, J.G Strijdom e H.F Verwoerd che, su modello d’ispirazione del Nazismo Tedesco, aveva lo scopo di dividere la classe abbiente dei Bianchi dalle etnie di colore.

Il primo Ministro Afrikaner H.F Verwoed durante un suo discorso per continuare a tenere il Sudafrica una Repubblica “bianca e unita”.

Sotto il dominio coloniale, il Sudafrica era già una società altamente segregata e disuguale. Le leggi razziali portarono al trasferimento forzato di popolazioni non bianche in aree appositamente designate.   L’Apartheid determinò ogni aspetto della vita dei Neri, dei meticci e degli Indiani. Stabilì dove potevano vivere, che cosa avrebbero potuto imparare e con chi potessero incontrarsi e perfino sposarsi, ma rappresentò paradossalmente per i Bianchi gli anni più floridi dell’economia del Paese. Un Sudafrica sicuro di sé nonostante il boicottaggio universale. Un Sudafrica leader nel mondo per l’industria e commercio di oro e diamanti. Bramoso di sfidare gli Stati Uniti nella costruzione di grattacieli e infrastrutture ed egemone in tutti i primati dei Paesi dell’emisfero australe.

La costruzione dello Standard Bank Building nel centro di Johannesburg, 1969.

Tuttavia nei suoi ritratti Goldblatt descrive al meglio il concetto dell’oppressione che lacerava e divideva in due la sua Nazione, documentando minuziosamente le strutture sociali e psichiche, gli ambienti, le esperienze e utilizzando come filtro unico e comune il bianco e il nero perché, come lui stesso affermò:

“alcune cose sono troppo dure e difficili per poterle fotografare a colori”.

Goldblatt iniziò cosi ad entrare a far parte del jet-set della “città dell’oro” facendo amicizia con le più importanti figure artistiche e intellettuali della società Liberale Bianca di Johannesburg. E’ stato grazie alla sua amicizia con lo scrittore Lionel Abrahams che David cominciò ad esplorare e fotografare la comunità agricola Afrikaner di Groot Marico nella provincia del Transvaal. Il suo primo grande incarico gli fu assegnato nel 1964 da Sally Angwin, editor e proprietario della rivista d’avanguardia Tatler, per un progetto sulla Anglo-American Corporation.

“Some Afrikaners photographed” book, 1975.

Questo di conseguenza lo portò alla lunga ed importante collaborazione con la rivista di proprietà della stessa Società, Optima, dandogli la possibilità di fotografare le operazioni di estrazione dell’oro dei minatori Neri per una delle più potenti compagnie Sudafricane, la Anglo-American appunto. Tale esperienza professionale gli permise a sua volta di completare, alcuni decenni più tardi,  il suo libro “On the Mines” pubblicato nel 1973, così come di viaggiare in tutto il Paese per fotografare i diversi aspetti della comunità Afrikaner (discendente dai coloni Olandesi) nella sua raccolta edita nel 1975, “Some Afrikaners photographed”. 

“A farmer’s son with his nursemaid”, Heimweeberg, Nietverdiend, 1964.

“Family at lunch”. Afrikaner farmers. 1962.

“Steven with Sight Seeing Bus”. Doornfontein, Johannesburg, 1960.

“A commando escorting the leader of the party, Hendrik Verwoerd, to the 50th anniversary of the National Party”. De Wildt, Transvaal. 1964.

“4pm at a traffic light in Pretoria”. 1967.

“The city from the south-west”. Johannesburg, January 1964.

“Miss Lovely Legs Competition”. Boksburg, South Africa, 1980.

“On Eloff Street”. Johannesburg 1967.

“A woman and her dog, Hillbrow”. Johannesburg June 1972.

Street scene, Johannesburg.

“J.G Strijdom monument”, Pretoria 1982.

“White baby with childminders and dogs in the Alexandra Street Park, Hillbrow”. Johannesburg, 1972.

“Woman in her mother’s home”. Soweto, Johannesburg, 1972.

“Monument to the Voortrekkers”. Winburg, Orange Free State. 27 December 1990.

“Ozzie Docrat with his daughter Nassima in his shop before its destruction under the Group Areas”. Fietas, Johannesburg, 1977.

“Wedding party in Orlando West”, Soweto, JHB, 1970.

“Young man at home”. White City, Jabavu, Soweto.

“Afrikaner boy”. Hillbrow, Johannesburg, 1972.

Dolore e quotidianità, innovazione e tradizione, persone e la loro ubicazione in una terra bellissima da condividere dove la gente vive, lavora, interagisce, si innamora, ma che li priva -in parte- dei più elementari diritti civili, la libertà. E Goldblatt in questo si distingue subito per la qualità del suo lavoro. La sua non è semplice informazione da reportage ma una missione dedita a fotografare la speranza. Nel ’79 iniziò a lavorare ad un progetto sulla vita in un tipico sobborgo bianco del Transvaal per osservare come un critico le disparità inerenti al sistema razzista messe a punto dal suo Paese natale e catturare, attraverso l’obiettivo, le dinamiche di una società ordinata e pacifica: Boksburg, nella periferia est di Johannesburg. Una cittadina privilegiata di soli bianchi appartenenti alla classe media ma fortemente dipendenti dal lavoro manuale di servi e operai neri. Tra il 1979 e il 1980 ha registrato scene di vita quotidiana per le strade, i negozi, le chiese, le case, i giardini…

 

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Goldblatt comincia ad usare il colore alla fine degli anni ’90 in seguito ad un progetto commissionato in Australia sulla denuncia dell’amianto blu e delle sue conseguenze mortali sulla popolazione. Da allora il suo interesse è aumentato.

“Members of the Constitutional Assembly”, Senate House, Cape Town.

P.W Botha, Prime Minister of South Africa, Union Buildings, Pretoria.

I suoi lavori, complessi, evocativi, drammatici, hanno continuato negli anni a girare il mondo, accolti con clamore nelle gallerie di Rotterdam, Lisbona, Minneapolis, San Francisco, Düsseldorf, Melbourne. Un piccolo bagliore della sua luce straordinaria è arrivato in Italia soltanto nel giugno del 2007, con“Photographs”alla Fondazione FORMA per la fotografia di Milano. Nel 2013 il ritorno, non come protagonista assoluto ma con altri fotografi Sudafricani di spessore ed artisti contemporanei che insieme hanno curato la mostra dal titolo “Rise and Fall of Apartheid”, ideata dall’International Center of Photography di New York e, dopo il grande successo Americano, approdata al PAC di Milano quella primavera. Il grande David Goldblatt, stimato infinitamente da Reënboog che ha voluto omaggiarlo per la sua prodigiosa carriera fin troppo sconosciuta in Italia, è ancora in attività e continua a vivere a Johannesburg.

Per altri lavori di David Goldblatt visitate il sito della Goodman Gallery, South Africa.

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