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JONG AFRIKANER. LA NUOVA GENERAZIONE

di Antonio Drago.

Esserebianchi ma appartenere profondamente all’Africa! No, non è un ossimoro. Eppure questo connubio in antitesi rappresenta ancora oggi tra polemiche ed indifferenza, la sfida esistenziale di una minoranza etnica sudafricana drammaticamente incuneata tra la certezza di possedere un DNA caucasico e la consapevolezza di voler riconoscere questa terra come unica madre patria, risultato di un’identità discussa e controversa, da secoli in tumulto.

Nell’Aprile del 2009 però l’allora Presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, descrisse gli AFRIKANERS come l’unica “tribù” bianca del Paese, a riconoscimento del loro legame indissolubile col territorio.

ma Chi sono gli Afrikaners?

Discendenti di coloni europei, soprattutto olandesi, francesi e tedeschi, che a partire dal 17° secolo si stabilirono nella regione del Capo di Buona Speranza fondando la MOEDERSTAD (l’attuale Cape Town o Città Madre appunto) ovvero il primo insediamento urbano ad opera dei Pionieri, le cui bellezze circostanti fino ad allora erano state riportate in Europa soltanto nel 1488 ad opera dei Portoghesi di Diaz. Qualche periodo più tardi i cosiddetti Afrikaners migrarono poi verso nord con le loro carovane per sfuggire al controllo Britannico, istituendo nella seconda metà dell’800 le repubbliche di Transvaal, Natalia ed Orange dopo lunghe e sanguinose battaglie. 

Orania, Noord-Kaap. Rappresentazione con abiti tradizionali del Groot Trek.

Le ragioni della loro presenza nel territorio sudafricano, anche se spesso criticate o poco comprese,  non sono poi così diverse dalle storie del colonialismo europeo nelle Americhe, in Australia o Nuova Zelanda, ma di queste vicende ancora oggi in Italia si conosce ben poco. Il loro passaggio non solo ha segnato la storia del Sudafrica ma ne ha altresì influenzato il destino. Tra gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo infatti gli Afrikaners ai vertici del Governo diventarono globalmente noti per aver imposto alla società sudafricana di colore il regime della segregazione razziale, macchiandosi inevitabilmente di uno tra i peggiori crimini contro l’umanità: l’Apartheid.

Ma oggi?

Dal boicottaggio internazionale e dalla fine delle sanzioni dell’ONU contro il Sudafrica razzista, sono trascorsi ben 24 anni. Il Nuovo Sudafrica democratico di Nelson Mandela si presentò al mondo come una Nazione rinata e multirazziale in cui non ci sarebbero mai più stati uomini oppressi da altri uomini, né discriminazioni di alcun genere. Ma è come se quella terribile responsabilità del regime avesse distrutto per sempre la reputazione di un’intera comunità che, seppur a distanza di una generazione, prova ancora disagio nell’identificarsi apertamente in questo gruppo etnico, a causa del senso di colpa che emerge dalle associazioni storiche “politicamente scorrette”.

Roelof Petrus van Wyk, Suid-Afrika 2012.

Nel 2012 il fotografo sudafricano Roelof Petrus Van Wyk decide così di documentare il recupero dell’identità dei giovani Afrikaners [JONG AFRIKANER] attraverso uno straordinario progetto fotografico, diventato mostra oltre che libro, con lo scopo di ritrarre giovani uomini e donne dalla pelle bianca di lingua Afrikaans, a colori su uno sfondo nero e nudi, quasi come ripuliti dagli errori del passato! Gli scatti di Van Wyk evocano una serie complessa di sentimenti contrastanti, esaminando una società moderna che condivide valori progressisti e non più proiettati verso assurde ideologie conservatrici. Basti pensare alle donne per esempio, adesso di mentalità aperta e lavoratrici ma appena 20 anni prima impegnate soltanto nel ruolo di mogli e madri devote al marito patriarcale.

Oggi sono attrici, stars della TV, modelle, artiste, cantanti. Come la celebrity planetaria Yolandi Vi$$er, biondissima ed irriverente rapper dei DIE ANTWOORD, anch’essa Afrikaner, qui in posa per il progetto.

Ridefinire se stesso e il suo popolo, dice Van Wyk, non è stato un compito semplice. Lo stereotipo -tutto negativo- dell’Afrikaner razzista e conservatore è ormai insito nella società sudafricana, ma l’artista sa bene che i giovani di Cape Town e Johannesburg, oggi così creativi, liberali, aperti al mondo e alla globalizzazione trovano essi stessi quelle dottrine, spesso ancora causa di divisione, obsolete!

Le fotografie sono eseguite con abilità ed un’incredibile attenzione ai dettagli, che danno un tocco ultra contemporaneo. Le posizioni dei vari giovani Afrikaners differiscono: alcuni fissano intensamente l’obiettivo, altri sono più distanti, guardano lontano immersi nei loro pensieri…

Anche l’Afrikaans non può più essere considerata la lingua dell’oppressione razziale bensì un linguaggio ringiovanito grazie alle eccellenti produzioni cinematografiche della Kyknet o Inverse Films, ai festivals, alle trasmissioni televisive, ai best sellers, ai testi di cantautori come Bouwer BoschBobby van Jaarsveld, alle rappresentazioni teatrali e al numero impressionate di moderne apps dedicate all’apprendimento di questa peculiare lingua germanica simile all’olandesema ormai autoctona del Sudafrica. Spesso però proprio queste menti moderne e creative, spaventate dal pregiudizio, tendono a nascondere il loro vero background culturale, scegliendo di socializzare in inglese per essere largamente accettati da tutti. Van Wyk, attraverso le sue foto, si pone infatti l’obiettivo di ripristinare l’integrità e il senso di appartenenza.

“Jong Afrikaner – a self portrait”, sagacemente denso di significato ideologico, è stato presentato in South Africa all’Exclusive Books di Hyde Park Corner, Jan Smuts Avenue a Johannnesburg e al Commune 1, 64 Wale St di Cape Town, nonché alla Jack Bell Gallery di Londra ed Amsterdam, suscitando particolare entusiasmo.

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